La favola di Tatà Urze


C’era una volta un vecchio pastore. Era un ometto piccolo piccolo con una grande barba che sembrava fatta di pelo di pecora, per quanto era ispida e ingarbugliata. Nessuna donna l’aveva voluto per marito perché, oltre ad essere brutto, era anche molto povero. Così egli si era abituato a vivere da solo nella sua casetta ai margini del bosco e a parlare sempre meno con gli uomini  e sempre più con le bestie. Adesso che era vecchio, poi, non scendeva neppure in paese: le chiacchiere della gente lo annoiavano; preferiva, piuttosto, vagare senza meta nella foresta e incontrare gli animali selvatici. Una mattina, mentre si arrampicava su per il sentiero di roccia durante uno dei suoi vagabondaggi, vide in lontananza un grande orso sbucare zoppicando da una macchia di cespugli. Il bestione gemeva, scuoteva la grossa testa e si fermava, di tanto in tanto, per leccarsi una zampa. Il cuore del pastore cominciò a battere forte per l’emozione: “Tatà Urze”-come era solito chiamarlo- tra gli abitanti della foresta era sicuramente il suo preferito. Possente e gigantesco, esso rappresentava tutto ciò che egli non era mai stato. Eppure qualcosa li accomunava: la stessa  natura errabonda e solitaria, la stessa estraneità rispetto ai propri simili. L’orso si sollevò sulle zampe posteriori, fiutò l’aria e lanciò un grido che pareva una richiesta d’aiuto.

Era tenero e terribile, minaccioso e indifeso.

Il pastore iniziò ad avvicinarsi lentamente, attento a non produrre il minimo rumore. L’idea che la bestia potesse aggredirlo non lo sfiorò neppure. Pregò invece che non scappasse. E non scappò, infatti. Con tutti i sensi all’erta continuò ad annusare l’aria, mentre i suoi occhi inquieti erano fissi sull’uomo che avanzava. Il pastore si trovava ormai a pochi metri e il grande orso gli parve ancora più grande. Forse era il dio della montagna, o forse era la montagna stessa. Mai il pastore si era sentito così piccolo e insignificante! Alzò gli occhi e incontrò quelli dell’animale, che non l’avevano abbandonato un istante. Sorrise e con una dolcezza mai provata prima d’allora gli sussurrò: « Tatà urze ». Sollevò quindi, delicatamente, la poderosa zampa e vide una grossa spina conficcata nel polpastrello. Tirò fuori il coltello dalla tasca e, prestando la massima attenzione, con pochi, precisi movimenti estrasse la spina e liberò la bestia dal suo tormento. Per un istante l’orso non si mosse, poi, come se improvvisamente si fosse reso conto dell’avvenuta guarigione, iniziò a leccarsi la zampa e lo fece a lungo, incurante della presenza dell’uomo. Infine si allontanò con un brontolio di soddisfazione. Il pastore lo seguì con lo sguardo finché non scomparve nella foresta, e solo quando anche l’ultima eco del suo rumoroso passaggio si fu spenta, si voltò per fare ritorno a casa. Con fatica riprese la sua vita di sempre: conduceva le pecore al pascolo, la mattina e la sera le mungeva, preparava i caci e le ricotte da vendere. Ma il suo cuore era rimasto nel bosco, con Tatà urze. Avrebbe dato qualunque cosa per sapere dove fosse e che cosa stesse facendo. Arrivò persino a desiderare che venisse a rubargli qualche pecora, nella speranza di poter vedere, ancora una volta, la sua grande sagoma scura. Non dormiva quasi più, sobbalzava ad ogni minimo rumore e, se il cane abbaiava, si precipitava fuori seminudo scrutando nel buio. Poi tornava nel suo letto, deluso e infreddolito, e con gli occhi spalancati aspettava che facesse giorno. Una mattina, mentre spingeva il gregge fuori  dallo stazzo, notò che i sacchi con cui era solito trasportare la legna non erano più al loro posto. Diede un’occhiata intorno e pensò che il cane, giocando, li avesse trascinati da qualche parte, ma non li vide e si ripromise  di cercarli meglio la sera al rientro dal pascolo. Le ricerche successive, però, non diedero risultati migliori: i sacchi erano scomparsi, rubati, forse, da qualche ragazzino in vena di scherzi. Il pastore non diede peso alla cosa e smise di pensarci. Munse le pecore, consumò un pasto frugale e se ne andò a letto stanco morto. Durante la notte il cane abbaiò a lungo e tirò la catena fino quasi a spezzarla, ma l’uomo non lo sentì: si era addormentato profondamente e forse stava sognando di aver ritrovato il suo amico orso perché, nel sonno, sorrideva. All’alba, quando uscì per governare le pecore, la prima cosa che notò furono i sacchi misteriosamente ricomparsi: erano appoggiati davanti allo stazzo, nello stesso punto in cui ricordava di averli lasciati due giorni prima, ma erano stranamente pieni. Chi poteva averli presi, per poi riportarli? E cosa contenevano? Incuriosito, si avvicinò e vide che erano colmi di bacche e di frutta selvatica. Un nome affiorò immediatamente alle sue labbra: «Tatà urze!», non poteva essere stato che lui. Non avendo altro da offrire per esprimere la propria gratitudine, aveva portato all’uomo i suoi cibi preferiti. Il pastore alzò gli occhi e frugò con lo sguardo la boscaglia, ma il grande orso solitario era già lontano. Pagato il debito di riconoscenza, aveva ripreso a vagare per i mille sentieri sconosciuti del suo regno incantato.
N.B: La favola che avete appena letto è tratta da una storia vera avvenuta nel Parco Nazione d'Abruzzo, Lazio e Molise! Da questa stessa vicenda è stato anche scritto un libro, intitolato appunto: "Tata Urze. L'orso bruno dell'Appennino centrale (Di Ciro Castellucci, Grafitalia Editore)".

Fateci sapere se la favola è stata di vostro gradimento!


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