Settimane di volontariato 2017

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Ecco a voi i programmi per le varie settimane di volontariato che si svolgeranno quest'anno con l'Associazione.
Ecco a voi i programmi per le varie settimane di volontariato che si svolgeranno quest'anno con l'Associazione.
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La domanda di Piefranco:
Io e mia moglie abbiamo partecipato in parrocchia a una serata per genitori. Dopo la lezione dell’esperto, abbiamo commentato tra di noi e mi ha colpito molto che una mamma continuava a sostenere che secondo lei alla ?ne, nonostante tutti gli sforzi e le lezioni che noi adulti possiamo dare, quel che conta e si rivela decisivo è il carattere del figlio che è quello e così rimane. Quindi
se un bambino è timido gli si può perdonare che non dica grazie, se uno non riesce a stare fermo non si può pretendere che stia seduto nel banco, se uno è sensibile, non deve essere disturbato con certe difficoltà... Io ho detto che non ero d'accordo e che spesso tutto questo diventa una scusa per giustificare comportamenti maleducati di qualche bambino viziato.

La risposta della psicologa Renata Maderna:
Forse a quella mamma bisognerebbe dire che l’ineluttabilità del carattere a cui si riferiva in realtà non è un blocco monolitico. È vero che rimane un ?lo conduttore nelle vite di tutti. Infatti è possibile ritrovarne i tratti fondamentali anche molti anni dopo, quando il bambino che ricordavamo si è trasformato in un giovane adulto o in un uomo fatto. E vorrei dire menomale, visto che il piccolo generoso difficilmente si trasformerà nel vecchio taccagno e la bambina curiosa è probabile che non diventerà una donna spenta. Ma per fortuna molto può essere fatto per correggere i propri difetti e crescere da "uno che è fatto così” a una versione migliore di sé stessi. In questo i genitori possono fare molto, impegnandosi nell'educazione a cui, non a caso, i vescovi italiani guidati dal cardinale Bagnasco hanno dedicato gli orientamenti pastorali
per il decennio in corso. Educare vuol dire anche insegnare a un figlio che la timidezza non c'entra nulla con l'essere maleducato, a uno che non ama stare fermo che ci sono situazioni in cui si deve imparare a farlo e a uno sensibile che, proprio per questo motivo, deve tenere in conto le sensibilità degli altri. Compiti non facili che comportano una bella fatica, l'unica alternativa se
non vogliamo nasconderci anche noi genitori dietro un facile "non ci riesco...sono fatto così”.



Tratto da Famiglia Cristiana, numero 23, 2017

"Bravi genitori, lo si diventa accanto ai figli"
Omar Sy (attore de "Una famiglia all'improvviso)          


Obiettivo: Migliorare la relazione genitoriale uscendo dalla routine quotidiana sperimentando luoghi nuovi e serenità diverse; Arricchirsi di nozioni fondamentali per vivere meglio, in un contesto non scolastico e non troppo impegnativo.


3-4 giugno 2017
Guilmi, Paese non solo di ventricina 

 
Finalità
  • Conoscenza dell’entroterra vastese
Contenuti
  • Percorso naturalistico con conoscenza della flora e della fauna endemica e delle loro interrelazioni a cura di un esperto del luogo
  • I ruderi ci parlano di vita antica e ci interrogano su quella recente

3 giugno 2017


Ore 9:00
= Arrivo, presentazione del gruppo e colazione rustica offerta da Filippo
Ore 10:00
= Visita al Paese (Brevi notizie)
Ore 10:30
= Inizio escursione
Ore 13:00
= Pranzo al sacco portato da casa. Siesta
Ore 15:00
= Ripresa del percorso naturalistico
Ore 18:00
= Preparazione cena all’aperto con fuoco
Ore 19:30
= Cena*
Ore 20:30
= Osservazione del cielo stellato. Ascolto dei richiami di uccelli notturni. Riflessioni
Ore 22:00
= Riposo presso una casa dell’albergo diffuso del luogo*

4 giugno 2017

Ore 8:00
= Colazione*
Ore 9:00
= Inizio attività di volontariato (o nuova escursione)
Ore 13:00
= Pranzo*
Ore 15:00
= Prosecuzione dei lavori di volontariato (o escursione)
Ore 18:00
= Conclusioni e saluti

Si raccomandano calzature comode, giacche a vento e torce

*Cena del 3/06/2017
= €5, caduno
*Notte al B&B
= €10 (lenzuola portate da casa), caduno /o €12 (lenzuola fornite sul posto), caduno
*Colazione del 4/06/2017
= €2, caduno
*Pranzo
= €12, caduno, presso “La vecchia cantina” di Guilmi


Scadenza iscrizioni: 31 Maggio

Numero partecipanti: massimo 30 persone (compresi bambini)

Contatti per informazioni:

  • Filippo: 345 742 6770
  • Lorenzo: 329 978 1055
  • Anita: 347 8496574

Settimana al Parco Nazionale D'Abruzzo-Lazio e Molise
In progettazione, per informazioni telefonare ad Anita: 347 8496574

C’era una volta un vecchio pastore. Era un ometto piccolo piccolo con una grande barba che sembrava fatta di pelo di pecora, per quanto era ispida e ingarbugliata. Nessuna donna l’aveva voluto per marito perché, oltre ad essere brutto, era anche molto povero. Così egli si era abituato a vivere da solo nella sua casetta ai margini del bosco e a parlare sempre meno con gli uomini  e sempre più con le bestie. Adesso che era vecchio, poi, non scendeva neppure in paese: le chiacchiere della gente lo annoiavano; preferiva, piuttosto, vagare senza meta nella foresta e incontrare gli animali selvatici. Una mattina, mentre si arrampicava su per il sentiero di roccia durante uno dei suoi vagabondaggi, vide in lontananza un grande orso sbucare zoppicando da una macchia di cespugli. Il bestione gemeva, scuoteva la grossa testa e si fermava, di tanto in tanto, per leccarsi una zampa. Il cuore del pastore cominciò a battere forte per l’emozione: “Tatà Urze”-come era solito chiamarlo- tra gli abitanti della foresta era sicuramente il suo preferito. Possente e gigantesco, esso rappresentava tutto ciò che egli non era mai stato. Eppure qualcosa li accomunava: la stessa  natura errabonda e solitaria, la stessa estraneità rispetto ai propri simili. L’orso si sollevò sulle zampe posteriori, fiutò l’aria e lanciò un grido che pareva una richiesta d’aiuto.

Era tenero e terribile, minaccioso e indifeso.

Il pastore iniziò ad avvicinarsi lentamente, attento a non produrre il minimo rumore. L’idea che la bestia potesse aggredirlo non lo sfiorò neppure. Pregò invece che non scappasse. E non scappò, infatti. Con tutti i sensi all’erta continuò ad annusare l’aria, mentre i suoi occhi inquieti erano fissi sull’uomo che avanzava. Il pastore si trovava ormai a pochi metri e il grande orso gli parve ancora più grande. Forse era il dio della montagna, o forse era la montagna stessa. Mai il pastore si era sentito così piccolo e insignificante! Alzò gli occhi e incontrò quelli dell’animale, che non l’avevano abbandonato un istante. Sorrise e con una dolcezza mai provata prima d’allora gli sussurrò: « Tatà urze ». Sollevò quindi, delicatamente, la poderosa zampa e vide una grossa spina conficcata nel polpastrello. Tirò fuori il coltello dalla tasca e, prestando la massima attenzione, con pochi, precisi movimenti estrasse la spina e liberò la bestia dal suo tormento. Per un istante l’orso non si mosse, poi, come se improvvisamente si fosse reso conto dell’avvenuta guarigione, iniziò a leccarsi la zampa e lo fece a lungo, incurante della presenza dell’uomo. Infine si allontanò con un brontolio di soddisfazione. Il pastore lo seguì con lo sguardo finché non scomparve nella foresta, e solo quando anche l’ultima eco del suo rumoroso passaggio si fu spenta, si voltò per fare ritorno a casa. Con fatica riprese la sua vita di sempre: conduceva le pecore al pascolo, la mattina e la sera le mungeva, preparava i caci e le ricotte da vendere. Ma il suo cuore era rimasto nel bosco, con Tatà urze. Avrebbe dato qualunque cosa per sapere dove fosse e che cosa stesse facendo. Arrivò persino a desiderare che venisse a rubargli qualche pecora, nella speranza di poter vedere, ancora una volta, la sua grande sagoma scura. Non dormiva quasi più, sobbalzava ad ogni minimo rumore e, se il cane abbaiava, si precipitava fuori seminudo scrutando nel buio. Poi tornava nel suo letto, deluso e infreddolito, e con gli occhi spalancati aspettava che facesse giorno. Una mattina, mentre spingeva il gregge fuori  dallo stazzo, notò che i sacchi con cui era solito trasportare la legna non erano più al loro posto. Diede un’occhiata intorno e pensò che il cane, giocando, li avesse trascinati da qualche parte, ma non li vide e si ripromise  di cercarli meglio la sera al rientro dal pascolo. Le ricerche successive, però, non diedero risultati migliori: i sacchi erano scomparsi, rubati, forse, da qualche ragazzino in vena di scherzi. Il pastore non diede peso alla cosa e smise di pensarci. Munse le pecore, consumò un pasto frugale e se ne andò a letto stanco morto. Durante la notte il cane abbaiò a lungo e tirò la catena fino quasi a spezzarla, ma l’uomo non lo sentì: si era addormentato profondamente e forse stava sognando di aver ritrovato il suo amico orso perché, nel sonno, sorrideva. All’alba, quando uscì per governare le pecore, la prima cosa che notò furono i sacchi misteriosamente ricomparsi: erano appoggiati davanti allo stazzo, nello stesso punto in cui ricordava di averli lasciati due giorni prima, ma erano stranamente pieni. Chi poteva averli presi, per poi riportarli? E cosa contenevano? Incuriosito, si avvicinò e vide che erano colmi di bacche e di frutta selvatica. Un nome affiorò immediatamente alle sue labbra: «Tatà urze!», non poteva essere stato che lui. Non avendo altro da offrire per esprimere la propria gratitudine, aveva portato all’uomo i suoi cibi preferiti. Il pastore alzò gli occhi e frugò con lo sguardo la boscaglia, ma il grande orso solitario era già lontano. Pagato il debito di riconoscenza, aveva ripreso a vagare per i mille sentieri sconosciuti del suo regno incantato.
N.B: La favola che avete appena letto è tratta da una storia vera avvenuta nel Parco Nazione d'Abruzzo, Lazio e Molise! Da questa stessa vicenda è stato anche scritto un libro, intitolato appunto: "Tata Urze. L'orso bruno dell'Appennino centrale (Di Ciro Castellucci, Grafitalia Editore)".

Fateci sapere se la favola è stata di vostro gradimento!


Il nostro protagonista


Si chiamava Fleming ed era un povero contadino scozzese.
Un giorno, mentre stava lavorando, sentì un grido d’aiuto venire da una palude vicina.
Immediatamente lasciò i propri attrezzi e corse alla palude.
Lì, bloccato fino alla cintola nella melma nerastra, c’era un ragazzino terrorizzato .
Il fattore Fleming salvò il ragazzo da quella che avrebbe potuto essere una morte lenta ed orribile.
Il giorno dopo una bella carrozza attraversò i miseri campi dello scozzese; ne scese un gentiluomo elegantemente vestito che si presentò come il padre del ragazzo che Fleming aveva salvato.
“Vorrei pagarvi” gli disse il gentiluomo, “avete salvato la vita di mio figlio”.
“Non posso accettare un pagamento per quello che ho fatto” replicò il contadino scozzese rifiutando l’offerta..
In quel momento il figlio del contadino si affacciò alla porta della loro casupola.

“E’ vostro figlio?” chiese il gentiluomo

“Sì” rispose il padre orgoglioso.
“Vi propongo un patto; lasciate che provveda a dargli lo stesso livello di cultura che avrà mio figlio. Se il ragazzo somiglia al padre, non c’è dubbio che diventerà un uomo di cui entrambi saremo orgogliosi”
E così accadde.
Il figlio del fattore Fleming frequentò le migliori scuole dell’epoca, si laureò presso la scuola medica dell’ospedale St.Mary di Londra e diventò celebre nel mondo come sir Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina.
Anni dopo, lo stesso figlio del gentiluomo che era stato salvato dalla palude si ammalò di polmonite.
Questa volta fu la penicillina a salvare la sua vita.
Il nome del gentiluomo era lord Randolph Churcill e quello di suo figlio sir Winston Churcill.
 Qualcuno una volta ha detto: quello che va in giro torna.

Lavorate come se non aveste bisogno di danaro.

Amate come se non foste mai stati feriti.
Danzate come se nessuno stesse a guardare.

Cantate come se nessuno stesse a sentire.
Vivete come se in terra ci fosse il Paradiso.
Cari Papà, 
anche quest' anno siete invitati alla visione di 4 film destinati a voi ed ai vostri figli. La prima proiezione ci sarà Domenica 26 Febbraio. 

Vi aspettiamo!